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Raccolta di Racconti Gialli

"IL PASSATO A VOLTE TORNA"

Uno scherzo innocente che poteva finire in tragedia

  di Matteo Broggi 

La professoressa di matematica Maria Ada Colli stava martellando di compiti in classe, test, interrogazioni varie i suoi alunni di VB, in previsione della "matura". La linea di sopportazione di questi ragazzi era stata superata da un bel pezzo, così decisero di mettere in atto un innocente scherzetto che dimostrasse le loro capacità. Tutte le volte che l’insegnante accendeva il suo computer portatile, comparivano sullo schermo file di funzioni da svolgere, quesiti astrusi e problemi di fisica complicatissimi… che rappresentavano una sfida per la sua competenza; sfida che l’insegnante raccoglieva impegnandosi nella soluzione.Tutto ciò era stato possibile perché alcuni ragazzi erano dei veri maghi dell’informatica ed erano quindi riusciti ad inserirsi nel personal della prof. e ad introdurvi gli esercizi presi dal fratello di uno di loro, docente universitario. La professoressa era divertita da questa situazione, anche se avrebbe voluto scoprire chi si era permesso di toccare il suo prezioso "Bessi", nome con il quale definiva il suo computer. Da qualche tempo, però, tra un’equazione e l’altra, si erano inserite frasi minatorie, che rievocavano il suo passato, proprio quel passato che aveva tentato di cancellare dalla propria mente, ed in fondo la materia che insegnava e l’impegno che ci metteva era una maniera per allontanarla da quei tristi ricordi. Ultimamente però i ragazzi, anzi le ragazze, perché i maschi non hanno la sensibilità che serve per notare queste cose, si erano accorte che l’insegnante era molto stanca e triste, e cominciarono a chiedersi se non fosse stata l’ora di smetterla con questa sfida matematica. Un mattino la professoressa Ada Colli non si presentò a scuola, senza aver avvisato la presidenza di quest’assenza, e siccome era una persona molto ligia al dovere, questo comportamento non era da lei e perciò il preside mandò una collega a casa sua. La collega suonò alla porta, ma nessuno venne ad aprirle. Per fortuna si affacciò la vicina di casa, che disse di avere le chiavi per entrare nell’appartamento… L’insegnante era stesa sul divano, vicino a lei c’era un bicchiere d’acqua ed un tubetto di sonniferi, oltre all’inseparabile portatile, che presentava un complicato esercizio sui logaritmi. Le due soccorritrici si precipitarono a chiedere aiuto, ed in poco tempo giunse l’ambulanza, che portò Maria Ada Colli in ospedale, verso la salvezza. Appena ne vennero a conoscenza, i ragazzi della VB si precipitarono a casa dell’insegnante, chiedendosi come mai un’innocente sfida matematica potesse averla portata al tentativo di suicidio. Fortunatamente, la porta era aperta e il computer acceso sul tavolo della saletta. Appena guardarono meglio, scoprirono che oltre ai loro test matematici, comparivano sul monitor frasi minacciose e pesanti offese dirette alla professoressa. Decisero di comunicare la loro scoperta anche alle compagne, insieme si poteva studiare un piano d’azione più organico, infatti era indispensabile scoprire l’autore di quelle minacce, per non essere incolpati. Con molto tatto, finta curiosità e bei modi le ragazze, a due a due, indagarono tra vicini e negozianti, raccogliendo più notizie possibili sulla vita della riservatissima prof. Ada Colli…

Traccia A

L’informazione più importante arrivò da una tassa sui rifiuti di un comune vicino. Decisero di fare una spedizione nel paese. Con un pullman di linea raggiunsero la località, (erano andati in cinque) ma non sapevano, scesi dall’automezzo, a chi rivolgersi per le loro ricerche. Si trovavano nella piazza del paese, s’incamminarono per una stradina costeggiata da casette con giardino, e mentre notavano l’ordine e la pulizia del luogo, vennero colpiti da una cancellata arrugginita ed un giardino incolto. Incuriositi, si avvicinarono e… la targhetta nascosta dall’edera portava la scritta fatta: "Luigi Crespi e Maria Ada Colli" allibiti, stavano smaltendo lo stupore quando la porta si aprì, ed un tipo poco raccomandabile si rivolse a loro in malo modo chiedendo che cosa cercassero. A fatica, uno di loro rispose che stavano facendo una ricerca per scienze naturali ed erano stati attratti dalla strana vegetazione. Ringraziarono e se ne andarono. Tornati in città, saputo che l’insegnante era fuori pericolo, decisero di andarla a trovare e raccontarle tutto. Tutta la classe al completo si recò quindi all’ospedale, dove la professoressa, ancora un po’ pallida e dal viso sciupato, ripeteva continuamente che il suo non era stato affatto un tentativo di suicidio. Semplicemente, a causa del troppo stress, aveva sbagliato le dosi del sonnifero che era solita assumere ogni sera, e sembrò accogliere con simpatia la confessione della "sfida matematica". I ragazzi, tuttavia, non erano soddisfatti: volevano sapere chi aveva spedito quelle minacce, e le più assurde ipotesi vennero formulate. Qualcuno disse che probabilmente era stato il collega di matematica del corso C, che da anni cercava di superare l’esame di abilitazione per l’insegnamento della fisica, e poter così passare al triennio. Era infatti invidiosissimo della professoressa e del lavoro che svolgeva, e non perdeva occasione per metterle i bastoni tra le ruote, sia che si trattasse di decidere un orientamento comune nei consigli di interclasse o che si discutesse delle gite. Secondo altri i responsabili erano gli studenti della VD, con i quali non era mai corso buon sangue. Tutti ipersportivi e vincitori di quasi tutte le gare d’istituto, i ragazzi della VD avevano vinto per tre anni di seguito la targa per la classe più sportiva, attirandosi i rancori e l’invidia dei nostri, che ottenevano sempre ben magri risultati. Questi studenti, tuttavia, non brillavano per niente nelle materie scolastiche, tanto che venivano regolarmente tagliati fuori da ogni attività extrascolastica, alle quali i nostri vivaci ragazzi erano sempre invitati. Inoltre la VD deteneva un record negativo per quanto riguardava le gite scolastiche, perché nessuno dei loro professori voleva portarceli, mentre la VB era invidiata da tutto il liceo per quanto riguarda questo aspetto. Si ipotizzò quindi una vendetta trasversale, ma le ragazze scartarono subito questa ipotesi, facendo presente che non uno di quegli studenti sarebbe stato in grado di penetrare nel computer della prof.
Mentre i suoi studenti si sbizzarrivano, la professoressa se ne stava zitta e ferma, con lo sguardo perso nel vuoto, e rifiutava di avanzare lei stessa delle ipotesi. Una ragazza, ad un certo punto, disse che poteva essere implicato quell’uomo scorbutico, Luigi Crespi. A queste parole, la riservata insegnante scoppiò in lacrime, tra la costernazione dei ragazzi, che tutto si sarebbero aspettati fuorché questo. Maria Ada Colli spiegò allora di come parecchi anni fa si fosse sposata con un uomo, Luigi Crespi, ma che ben presto si era accorta che c’era in lui qualcosa che non andava. Non aveva tardato a scoprire che il marito, genio dell’informatica, utilizzava questa sua abilità per ordire truffe e mascherare traffici della malavita locale falsificando i libri contabili di varie aziende. Alla professoressa non era rimasto altro da fare che denunziarne le attività ed intentargli causa per il divorzio. Aveva poi cambiato casa e si era dedicata anima e corpo al suo lavoro, per lasciarsi alle spalle una così triste esperienza, ma proprio in quei giorni, il suo ex-marito era stato rilasciato, ed aveva cominciato a farle arrivare quelle minacce che i ragazzi avevano letto. Cambiare casa non era servito a molto: Luigi l’aveva facilmente rintracciata, ed era pronto a fargliela pagare per la denuncia da lei effettuata tanti anni prima. I ragazzi convinsero allora la professoressa a rivolgersi ad un avvocato, per tutelare la sua incolumità. Il signor Crispi venne di nuovo arrestato e processato, non solo per le minacce rivolte alla ex-moglie, ma anche perché, durante un controllo nella sua abitazione in seguito alla denuncia partita dall’avvocato della professoressa, la polizia trovò le prove che il pirata informatico era rientrato in contatto con la vecchia banda, e stava ordendo una truffa gigantesca alle spalle della Banca d’Italia, tramite la contraffazione di titoli di stato. Dopo un lungo periodo di convalescenza, L’insegnante tornò a scuola, accolta festosamente da tutti i suoi alunni. I ragazzi della VB avevano mantenuto il segreto su quanto successo, e credevano che, essendosi conosciuti meglio, tra loro e la prof. ci sarebbe stato un rapporto più umano. Maria Ada Colli, invece, quando tornò, costatò che il lavoro svolto dalle supplenti durante la sua assenza era un vero disastro, e che c’era moltissimo da recuperare in vista dell’esame di maturità. Obbligò quindi i ragazzi a tornare a ritmi di studio forzati, anche se, ogni tanto, tra un esercizio e l’altro, si lasciava andare a brevi conversazioni con i "suoi" ragazzi, e divenne notevolmente più umana nel giudicare i loro compiti in classe.

Traccia B

Quel mattino Luigi Crespi ricevette una telefonata da parte della sua ex moglie ossia…sì, proprio lei Maria Ada Colli; chi l’avrebbe mai detto che una persona così rigida come la terribile prof. potesse essere sposata ? Comunque essa gli stava telefonando dall’ospedale nel quale era stata ricoverata d’urgenza dopo il tentato suicidio per informarlo degli ultimi avvenimenti. Maria aveva chiesto e ottenuto il divorzio dal marito perché quest’ultimo non era mai in casa a causa del lavoro che praticava: era un famoso investigatore privato. Così alla ricerca del colpevole oltre i ragazzi si unì un arguto segugio. Appena uscito per cominciare le indagini fu fermato da un uomo che gli disse: "Attento amico da queste parti fare domande può essere pericoloso" poco dopo egli capì cosa volesse dire: per circa due ore Luigi fu impegnato ad ascoltare le chiacchiere di una passante: "…e poi c’è il mio fratello Casimiro che è proprietario dell’officina qui all’angolo, sì proprio qui dove c’è stato l’agguato di camorra, ma Giacomino…vi ho parlato di Giacomino? No? Be’ allora ve ne parlo adesso…", Le aveva semplicemente chiesto l’ora. Così Luigi iniziò a cercare indizi di casa in casa scoprendo molte cose utili, ma non al suo caso: scoprì come dare più sapore alla pasta, che Giacomino cura un orto dal quale si ricava un cavolfiore dal sapore inconfondibile…insomma venne a conoscenza di tutti i pettegolezzi e delle malelingue che giravano in paese ma di computer nessuno ne sapeva qualcosa tranne un vecchio contadino che sosteneva di averne coltivato uno nel suo orto. Luigi incontrò più volte i ragazzi ma anche loro non riuscivano a districarsi in quel dedalo di pettegolezzi. L’investigatore più sconsolato che mai accettò l’invito a pranzo del vecchio contadino dove notò che dall’orto spuntava qualcosa di metallico: era un portatile molto potente che era collegato a un grosso cavo. Seguendolo arrivò fino a una vecchia casa, aprì la porta e scoprì il pirata che si era introdotto nel computer dell’insegnante "Come hai fatto a scoprirmi" chiese il furfante informatico" Semplice, conosco l’autore di questo giallo". Ada Colli si riabilitò da lì a poco e ricominciò a martellare di compiti in classe i suoi alluni mentre Luigi Crespi decise di fare il cercatore di pettegolezzi.

"GIALLO IN AEREO"

  di Mayte Gaudin Soldadino (torna inizio)

 "Benvenuti sul nostro aereo, l’aereo più grande del mondo, con un serbatoio adibito a fare un viaggio di 4 giorni e 3 notti senza scali e interruzioni indesiderate". Così l’aereo sperimentale inventato da Eleonora Back e Mark Fanteschi – un americano con origini italiane – si avviava sulla pista trasportando 350 passeggeri dalla California in Cina, passando sopra l’Europa. Francesco, un californiano stufo della sua città, del suo paese, della sua scuola di polizia che comunque lo affascinava, era salito su quell’aereo in cerca di un’avventura, di un’emozione che, seppure con la paura di un viaggio dal risultato ignoto, lo avrebbe distaccato dalla routine quotidiana. Si era portato dietro Sofia, la sua fidanzata, una con il suo stesso carattere ma che viaggiava molto di più, in quanto si era scelta il lavoro di giornalista, non di poliziotto come Francesco che, dopo due anni era ancora al livello di poter arrestare qualcuno solo beccandolo in flagrante e non aveva il permesso di avere un caso tutto suo. L’aereo, fra tutte queste chiacchiere, intanto era in volo da un paio d’ore ed erano già le undici di notte. Le luci spente, qualche televisorino acceso e molti che dormivano. Il viaggio scorreva tranquillo fino a quando alle ore 7.00 della mattina dopo, un urlo aveva svegliato tutti.I due amici, Francesco e Sofia, vennero scossi, perché erano separati dalla signora che aveva dato l’allarme, solo dal corridoio in cui passavano le hostess con i carrelli. "Ahhhhh! È morto! È morto! Ahhhhh!". E svenne. Francesco si alzò, scosse l’uomo e giunse alla stessa conclusione della signora. Sofia intanto, ragazza ventitreenne con l’animo curioso dei giornalisti, si era avviata già, con la sua bella macchina fotografica a sviluppo istantaneo, in cerca d’indizi; aveva visto molti film e subito aveva pensato ad un omicidio. Francesco, più razionale, cercava di scoprire le cause della morte del pover’uomo che, scoprì, in seguito, chiamarsi Mark Fanteschi, uno dei due inventori dell’aereo straordinario; Eleonora non era salita, aveva paura. Francesco vide un’ombra stagliarsi sopra di sé e lanciò un urlo, si girò di scatto e….. "Se vuole posso aiutarla, sa, io studio medicina e potrei scoprire la causa della morte di questo signore" e gli mostrò la sua valigetta, quella che al nostro amico era sembrata l’arma del delitto, del secondo delitto, nel quale la vittima sarebbe stata lui.La ragazza aprì la valigetta e ne estrasse una pila, illuminò poi la faccia del cadavere: era verde! "È morto da tempo e per avvelenamento. Qualcuno deve aver avvelenato bevande o cibi di quest’uomo". "La povera signora che gli è svenuta accanto potrebbe dirci qualcosa sull’ultima volta che l’ha visto sveglio" disse Sofia, arrivando in quel momento dopo aver sentito la parola "avvelenamento". "Per ora perquisiamo le tasche e la borsa della vittima, scopriremo se si è suicidato o se si è trattato di un omicidio… Spero il primo. Sarà molto difficile individuare l’assassino: non c’è nessuno da escludere, non c’è violazione domiciliare, sarà un lavoro faticoso…" e si sedette con lo sguardo desolato mentre Sofia e Giada, la dottoressa intervenuta, frugavano nella valigetta ventiquattrore di Fanteschi. Ma Francesco fu attirato da uno strano fatto: perché non accorreva nessuna hostess? Suonò più volte il richiamo assistenza, poi si avviò verso la cabina del comandante dell’aereo e guardò nei bagni. Niente, finché non scoprì una quarta porta; la spalancò, sperando di trovarci l’assassino che nascondeva le pasticche di veleno e invece ci trovò un altro bagno. Una sorpresa c’era, una macchina fotografica con l’etichetta: MARK FANTESCHI. Questo spiegava tutto. Non la toccò, ma riuscì a portarla; doveva solo sapere dalle due ragazze se era stato un omicidio, poi sarebbero iniziate le indagini! Come aveva immaginato era come credeva lui, un omicidio vero e proprio. Lui, Sofia e Giada perquisirono, con il permesso del capitano, tutti i passeggeri, prima classe compresa, ma tra la montagna di medicinali che trovarono individuarono solo pomate per il mal di testa, pillole per il mal d’orecchie, sonniferi per non soffrire nei viaggi della durata di 5/10 minuti al massimo, cerotti, pasticche per la tosse, sciroppi e qualche siringa abbinata ad un siero per punture di api e morsi di serpenti. Niente veleni.

Ma l’aereo ospitava anche hostess, le quali però, all’unanimità, si rifiutarono di essere perquisite, offendendosi per l’accusa indiretta provocata dai tre "ispettori Colombo" come chiamavano Francesco, Giada e la giornalista ficcanaso (Sofia). Dovevano indagare segretamente. Solo ora il poliziotto disse alle due amiche del ritrovamento della macchina fotografica. Era una di quelle antiche, esordiva Sofia, orgogliosa del suo sapere, e la pellicola era stata tirata fuori perché rovinata. Che cosa mai aveva fotografato per meritarsi la morte? Un’hostess stava curiosando e quando Sofia si voltò, questa spaventata, balbettò: "Io… io…mi chiedevo se i signori volessero un po’ di caffè". "No grazie, preferirei sapere cosa ci fa lei qui a…" disse Sofia scocciata, ma Francesco la interruppe. "Dai Sofia, non essere così scortese con la signorina e tornando a lei… un caffè molto zuccherato, grazie". Appena l’hostess si girò, Francesco scavalcò due sedili e si trovò nell’altro corridoio, quello opposto alla ragazza, si sdraiò e la seguì strisciando. La piccola porta della cucina rimase socchiusa, da lì poteva vedere le mani dell’hostess; era sicuro che avrebbe scoperto qualcosa, ma il cuoco si mise davanti a lei a pelare patate, ed essendo esageratamente grasso, oscurò la vista al nostro amico che tornò deluso a sedersi. Ma finalmente arrivò il caffè e un signore si alzò e disse che l’aveva chiesto prima lui, si alzò e lo trangugiò, ma non gli accadde niente. Passò di lì un’hostess quando dalla tasca le cadde un foglio con un disegno di un attacco al comandante e la nuova rotta. Era Giada che lo aveva trovato, e tutti e tre seguirono l’hostess con la macchina fotografica. Sentirono parlare confusamente la ragazza che seguivano e un’altra. "Ho perso il disegno, ce l’hanno quei tre, devo ucciderli o rovineranno tutto". E l’altra "no, comincia con il ragazzo, le altre due sono imbranate" e preparò acqua con veleno verde da spacciare per acqua e menta e la porse alla compagna. I nostri amici però avevano sentito solo: "tre… tutto…" "…imbranate". Entrarono e dissero: "Le è caduto questo, si ricordi, senza il piano non può prendere il controllo dell’aereo". "No! Mi hanno ingannata, io non ho fatto nessun piano, faccio solo il mio lavoro…". "E quello che ha in mano?" ribatté Sofia scattando una foto per il suo articolo. "È una semplice acqua e menta". "Me lo dimostri!" diceva ora Francesco. Intanto Giada era scomparsa. La ragazza tirò per terra il bicchiere e si mise a correre verso la porta di emergenza, afferrò la maniglia e si mise un paracadute. Fece per aprire la porta ma Giada le piombò addosso. Mentre Francesco arrivava lì, Sofia aveva già preso l’altro intruglio. Fu effettuato un atterraggio d’emergenza ad Amsterdam, e furono carcerate le due hostess. Scesi i tre eroi, uno dei passeggeri si presentò: "Sono uno scrittore, scriverò quest’avventura su di voi. Siete stati fantastici, veramente". "Pare impossibile che su un aereo ci siano allo stesso momento uno scrittore, una giornalista, una dottoressa, un poliziotto e…. magari un fruttivendolo e un avvocato!" esclamò Francesco.

"UNA CLASSE IN GIALLO"

di Elena Weiszberger (torna inizio)

 Arrivo all’abbazia

È stato veramente il giorno più divertente ed emozionante della nostra vita e questa è l’unica cosa su cui siamo tutti pienamente d’accordo. Nessuno di noi sospettava minimamente di ciò che avremmo scoperto dopo quella famosa gita scolastica del 3 dicembre 1999. Era una visita culturale all’abbazia di Tashica, situata a sud-ovest di Milano, alla quale dovevamo recarci in pullman. Il viaggio da affrontare era alquanto lungo e perciò si era deciso di ritrovarsi tutti quanti alle 8,00 davanti a scuola con la professoressa di italiano, che avrebbe vegliato costantemente su di noi per tutta la durata della gita. Il ritorno era previsto per le 19,00 19,30. In pratica eravamo felici come pasque, perché finalmente avevamo pranzo al sacco e potevamo trascorrere una lunga giornata invernale fuori dalle nostre quattro mura e non più costretti ad ascoltare spiegazioni dietro al solito banco. Per ciò che riguarda l’andata ognuno si era organizzato in base alle proprie possibilità o più semplicemente a seconda delle preferenze, visto che quasi nessuno era arrivato da solo, ma in macchina o a piedi con qualche compagno. I primi arrivati erano stati Teo, Valentina, Marino e Fabrizio, mentre i ritardatari delle 8,05 erano, come di consuetudine, Matteo e Pozzo ed Elena e Chicca che erano arrivate camminando tranquillamente e discutendo per decidere chi delle due aveva tardato di più. Il pullman era di dimensioni piuttosto ridotte e questo non ci creava affatto problemi, visto che stranamente eravamo l’unica classe a fare quella gita. Il conducente era un uomo di stazza abbastanza robusta e dall’aspetto bonario, dietro quel grande fisico e quella barba nera riccioluta si nascondeva però una persona timida e gentile. La professoressa, naturalmente, si era seduta davanti e aveva già iniziato a chiacchierare amichevolmente con il simpatico conducente, mentre noi alunni eravamo sistemati il più dietro possibile per evitare che la prof ascoltasse i nostri discorsi o comunque per stare un po’ appartati fra noi. Le porte del pullman si erano chiuse e dal fondo si udivano urla di gioia e di disperazione che celavano loschi traffici di walkman e di Game Boy. Era iniziata una fantastica avventura, la nostra avventura. 

Ospiti indesiderati

Giungemmo a destinazione circa alle 9,15 lasciando con grandissimo dispiacere il nostro amico autista, il quale ci aveva vivacemente intrattenuto per la maggior parte del viaggio. Appena usciti dal veicolo eravamo quasi totalmente assiderati per il gran freddo e inoltre c’era una strana aria un po’ spettrale che faceva venire la tremarella a tutti. La prof era molto preoccupata anche se tentava in tutti i modi di nascondere la sua ansia. Infine Marino propose timidamente: - Io direi di imboccare questo sentierino, certamente ci condurrà alla nostra abbazia. - - Però potevano mandarci una guida! Con questo tempo io non ho nessuna voglia di incamminarmi in questa specie di stradina di sassi - soggiunse Chicca. - Tu hai sempre da lamentarti, vero? - la riprese freddamente Elena. Così decidemmo di seguire la stradina come aveva suggerito Marino e per cercare di non evidenziare il fatto che avevamo inevitabilmente paura ci mettemmo a chiacchierare del più e del meno fingendo di non notare l’aspetto antico e lugubre del posto, di non far caso a qualche acuto e stridulo verso di animale e a qualche strano tic di Cristian.

Seguendo il sentiero di sassi che risaliva una piccola collinetta ci trovammo dinanzi ad un’imponente edificazione fortificata preceduta da un altrettanto enorme cancello dall’aspetto assai vecchio e arrugginito.Regnava fra tutti un silenzio di tomba e a romperlo improvvisamente fu un rumore sinistro proveniente dalla porta d’ingresso dell’abbazia. Si avvicinava lentamente un rumore di passi, successivamente iniziammo ad intravedere la figura massiccia di un uomo che ci veniva incontro con fare un po’ impacciato e preoccupato. Era chiaro che stava letteralmente morendo di freddo, infatti indossava solamente una specie di grande saio bianco di tela, un tantino sfilacciato in fondo, e uno di quei copricapo che indossano quasi tutti i monaci. Stranamente non era pelato in testa, anzi, aveva i capelli neri, mossi e anche piuttosto lunghi! Sembrava straniero.

La prof era felicissima di aver finalmente trovato la famigerata guida e con tono particolarmente inquieto e nervoso gli rivolse la parola dicendo: "Poteva almeno raggiungerci prima, ora per favore ci conduca in un luogo riparato!" Come tutta risposta avemmo frammenti di parole pronunciate confusamente, una dopo l’altra, e apparentemente prive di logica. - Ecco, questo ha dei problemi! - bisbigliò ridacchiando Pozzo.- Ma perché sono perseguitata dalla sfortuna! Lo sapevo che dovevo rimanermene tranquilla a casa stamattina! - esclamò disperata Elena.- Siete veramente stupidi, non avete capito che è un monaco straniero! - li assalì bruscamente Daniele.- Già, ha ragione Dany, ed è per la precisione di nazionalità filippina – concluse infine Erika. - Mmm ….. che fortuna! – disse la prof con aria non troppo contenta – Ora traduci, per cortesia, quello che ha detto. - Certo, ha detto che è dispiaciuto, ma che non lo avevano avvertito della visita e che avremo comunque una guida. - Bene, brava, grazie. Penso che alla fine di questa gita dovrete tutti ringraziarla! – Il monaco ci aprì cortesemente il cancello ed entrammo in quello strano luogo avvolto da un alone di mistero e di paura. L’abbazia era strutturata in modo assai complesso: era di forma tetragonale, i lati settentrionali s’innervavano a strapiombo dalle falde della collina, mentre quelli meridionali s’innalzavano sul piano. Vi erano tre ordini di finestre per ogni facciata dell’abbazia, la prof e Teo supposero che erano tre semplicemente per il fatto che ciò che per gli uomini sulla terra è di forma quadrata, quando si parla di Dio diventa triangolare al fine di ricordare la Santa Trinità. Più che un luogo di culto sembrava un vecchio castello diroccato, soprattutto per i suoi colori scuri e poco uniformi. Il filippino ci condusse all’interno dove potemmo conoscere anche altri due monaci, questi, però, italiani e molto meno gentili del primo. Indossavano ambedue il medesimo saio e copricapo, quello di destra aveva un fisico abbastanza esile ed era molto alto, l’altro era, invece, bassino e grassottello. Avevamo proprio la sensazione che non gradissero la nostra presenza in quel luogo. A farci ora da guida per descriversi la parte interna, fu il monaco alto e magro. Quando iniziò a parlare ci accorgemmo che aveva un certo accento simile forse al siculo. Ci disse che l’abbazia di Tashico era stata fondata nel 1549 da un antico ordine di monaci eremiti. Questo ordine religioso era molto simile a quello dei Benedettini, infatti le uniche attività a cui si dedicavano i frati erano pregare e lavorare. La costruzione era circondata da una grande palude dove coltivavano il falasco, una particolare erba utile per fare cordami. Alcuni frati avevano invece il compito di estirpare dal terreno tutte le erbacce infestanti. I loro incontri di preghiera erano solo serali e questo ci parve abbastanza insolito. La nostra prof ci sembrò alquanto affascinata da questi argomenti. Noi eravamo stanchi del viaggio e non ci interessavamo assolutamente alle spiegazioni del monaco, perciò ognuno faceva un po’ quello che voleva: Pozzo faceva osservazioni divertenti sul luogo, Maria e Mayte parlavano di cibo, Elena prendeva in giro i monaci, Dany e Gabriele discutevano della partita di calcio del giorno prima……. Gli unici vagamente interessati sembravano Edoardo, Cristian e Teo, che non perdevano mai di vista la professoressa.

  Hanno rapito la prof ! Al termine di quella specie di descrizione un po’ confusa del posto, il monaco grassottello e antipatico ci venne incontro e disse: Ora andrete nel chiostro, lì farete merenda, intanto noi portiamo la vostra prof ad ammirare un certo affresco che desidera tanto vedere. Verrà a prendervi fra cinque minuti e vi raccomanda di fare i bravi. Chiaro ragazzi? Accennammo di sì con la testa, leggermente offesi e stupiti del fatto che la prof potesse lasciarci soli in quel posto. Come previsto, venimmo condotti in quella specie di grande cortile per fare il nostro consueto "spuntino" della mattina e, mentre parlavamo, Matteo borbottò confuso: Francamente non capisco…. – Ma guarda! Strano – lo interruppe Marino. Non capisco …. – continuò facendo finta di non aver sentito – come abbia potuto abbandonarci qui, non è da lei. – Meglio, no? – disse Fabrizio mentre addentava gli ultimi resti del suo mega toast alla nutella, che era stato in gran parte spartito fra gli altri compagni. Comunque, quei monaci non mi convincono per nulla – affermò Andrea Penso che appena finito di fare merenda dovremmo andare a vedere dove è finita la prof – concluse Valentina. 

Terminato, dunque, il nostro lauto pasto, rientrammo ad aspettarla. I minuti passavano lenti e in ciascuno di noi cresceva, per ogni secondo che trascorreva, l’ansia che la prof ci avesse abbandonati. Infine Emanuele propose: Secondo me è il caso di iniziare a cercarla, che ne dite? – Pensate, ragazzi, potrebbero averla rapita! – esclamò improvvisamente Luana. Mmm…. Il fascino della prof colpisce ancora! – aggiunse ridendo Elena. E per quale ragione avrebbero dovuto rapirla? – domandò Umberto. Già, e soprattutto: a quale scopo? – aggiunse Tay. Smettetela di fare ipotesi assurde, l’unica cosa che ho visto con chiarezza è che quei due avevano un'aria assai poco rassicurante e… la prof non è certo il tipo da farsi abbindolare in questa maniera! – disse molto seriamente Mayte.

Così dopo lunghe discussioni decidemmo infine di iniziare a cercarla, questa volta armati di un nuovo spirito: se quei tre impostori pensavano di averla già fatta franca si sbagliavano di grosso, perché non avevano fatto bene i conti con uno spiacevole imprevisto: la solidarietà e la compattezza della III A!

 

    mmg                                                                                                                                                                                                           (torna inizio)
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