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    mmg                                                                                                      vedi anche   La nostra Zona 6                                                        (torna inizio)

                           Alla ricerca del passato per amare il presente

                                                                               classe 3A

Armati di penne, fogli, rullini e tanta curiosità

nei meandri delle biblioteche abbiamo ricercato.

Per i vicoli di San Cristoforo ci siamo addentrati

e altri fino a Porta Magenta sono arrivati.

Studi, schizzi e tante foto abbiamo realizzato

in gruppo, da soli o dai proff indirizzati.

 

-Siate precisi, essenziali e interessanti!-

Le nostre insegnanti hanno sentenziato.

-A un concorso si partecipa per vincere

perciò bisogna partire  motivati!-

Sulle prime qualcuno ha sbuffato:

-Un altro lavoro ci viene accollato!-

Ma dopo qualche clic di un’istantanea

l’entusiasmo  ha ognuno contagiato.

 

Intanto tra un bus, un tram e un metrò

il gruppo dei fotografi la storia ha immortalato

e poi  su questi fogli…

                 scrittori e poeti l’hanno riportata.

       

Porta VERCELLINA 
e IL PELLEGRINAGGIO della VITA

 

 

 

 

 

Per l’uomo del Medioevo così fortemente legato alla spiritualità e alla convinzione che la vita fosse un viaggio da compiere in una terra d’esilio per conquistarsi la patria d’origine presso il Padre Celeste, il pellegrinaggio veniva visto come una delle scelte obbligate per l’uomo alla conquista della pace eterna.

Quando nel 1300 Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo, il pellegrinaggio aveva già una lunga tradizione che risaliva all’ alto Medioevo ed era un cammino che aveva ormai enormi moltitudini di persone.

Il viaggio era un evento di lunga durata, caratterizzato da pericoli, incognite e misteri: il pellegrino che ne è il simbolo, rappresenta il legame con terre e paesi sconosciuti, la possibilità di contatto con altri costumi e altri popoli.

 

Mete del pellegrino

Sognate e venerate erano Gerusalemme, la Terrasanta e Roma. Altra meta di pellegrinaggio era in un’altra direzione : il santuario di San Giacomo di Compostella, in Galizia. Contrassegni del pellegrino, durante il viaggio, erano: una mantella, il bastone, una bisaccia , un cappello a falda larga, per proteggersi dal sole o dalla pioggia e una conchiglia che i Peregrini  da Compostella avevano come simbolo della loro penitenza.

I Palmieri erano coloro che si recavano in Terrasanta e al ritorno avrebbero portato per ricordo una palma dall’oasi di Gerico, i Romei da Roma riportavano invece la quadrangola, una targhetta con sopra incise le figure di Pietro e Paolo.

Andare in pellegrinaggio divenne un imperativo morale per l’uomo del Medioevo: significava compiere un viaggio di “riparazione” per ottenere il perdono dei peccati.

 

MILANO, crocevia del pellegrinaggio

A partire dal x secolo iniziò in tutta Europa uno sviluppo demografico che continuò ininterrottamente fino alla grande pestilenza del Trecento. Venne così a crearsi una zona centro-europea lungo il Reno, il Danubio, la Francia Orientale, la Germania Meridionale e l’Italia settentrionale altamente civile e densamente popolata, da cui si irradiò una grande forza vitale. A promuovere il fenomeno dei pellegrinaggi furono le forze più vitali della chiesa. In primo luogo la grande Abbazia benedettina di Cluny, in Borgogna, fulcro della nuova spiritualità, dove si realizzò una concentrazione delle energie spirituali e culturali alla quale si deve  il “ supporto” del pellegrinaggio con la costruzione di chiese e la diffusione al contempo dello stile gotico.  I concetti religiosi e filosofici elaborati a Cluny vengono introdotti a Milano nel 1135 da St. Bernard de Clairvaux ( S. Bernardo di Chiaravalle), la figura più rappresentativa di un nuovo ordine monastico: i Cistercensi, grandi civilizzatori dell’Europa con le loro fondazioni.

Le abbazie sorte in Lombardia diverranno centri di elaborazione delle tecniche idrauliche per l’irrigazione e per la meccanizzazione con la costruzione dei primi mulini ad acqua, diverranno centri di agricoltura intensiva con la realizzazione di marcite e risaie.

Il Papato fu l’altra importantissima fonte organizzatrice del pellegrinaggio.  Venne programmata organicamente la strada del pellegrinaggio ai grandi luoghi del martirio.

Questo grande movimento ai luoghi santi della Cristianità, lascia una profonda traccia nella società di tutta Europa, al punto che si può affermare sia stato uno dei fattori che hanno contribuito in modo determinante al processo di unificazione della società occidentale.

 

 

MILANO, al centro delle grandi vie della fede

Uno dei percorsi più antichi di pellegrinaggio era la “ via Francigena” che partiva da Canterbury, sede episcopale inglese, attraversava la Francia, le Alpi sul Gran San Bernardo, passava poi per  Mortara o Milano e superava gli Appennini sul Passo della Cisa.  Coloro che volevano visitare Roma e pregare sulle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, si recavano a Piacenza, valicavano il Passo della Cisa, costeggiavano il fiume Magra, sostavano a Sarzana e a Luni, passavano l’Arno e per Siena raggiungevano la Via Cassia, lungo la quale, con soste a Bolsena ed a Sutrio pervenivano alla Città Eterna. Dalla Francia meridionale i pellegrini francesi  si raccoglievano a Nizza, sostavano a Genova, proseguendo per Piacenza, Cremona e attraversando la Val Padana, percorrevano la “via Postumia”.

       La maggior parte dei pellegrini nordici scendeva solitamente per la via del Gottardo a Como ed a Milano: la “via Regina”. Da Milano i pellegrini proseguivano per Brescia, Verona e Venezia, ove sostavano al Fondaco dei Tedeschi prima di imbarcarsi. Oltre che sulle vie per Gerusalemme e Roma, anche sul percorso di S.Giacomo di Compostella, esistevano speciali ospizi per i pellegrini. La Lombardia era dunque tagliata in croce dalle due grandi direttive di marcia: nord/sud (Gottardo- Milano- Pavia- Roma ) ed est/ovest (Piemonte- Milano- Venezia; ovvero Genova- Piacenza- Cremona- Adriatico ).

    

IL COMUNE NASCE ALL’EPOCA DEI PELLEGRINAGGI

Nel XI secolo, a Milano si attua una grande trasformazione sociale.

Nel 1045 il nobile Lanzone da Corte riuscì a mettere d’accordo tutti gli ordini dei cittadini: venne così a costituirsi il Comune, piccola repubblica con a capo i Consoli.

I capi del Comune erano divisi in “Consoli del Comune“ e “Consoli di Giustizia”. Il popolo esercitava il potere sovrano.

Simbolo del Comune era la croce rossa effigiata nel drappo bianco delle bandiere che, all’epoca delle Crociate, furono portate nelle lontane regioni d’oriente. Il rosso indicava la nobiltà, il bianco il popolo.

Sorsero le Corporazioni dei vari ceti e gradi di lavoro. Nessuno poteva esercitare il mestiere se non era iscritto alla sua rispettiva associazione chiamata “universitas” “schola” o “collegium”.    

  

UNO SGUARDO ALLA CITTA’ 

Entro le Mura Massimianee, nel centro vivo della città, accanto alle Cattedrali di s: Maria e Tecla, sorgeva il Palazzo dei Consoli,  sull’area dell’attuale Palazzo Reale, dove aveva sede anche la Suprema Magistratura. Davanti al Palazzo Consolare vi era uno spiazzo erboso, detto il “Broletto”.

       Un altro edificio importante era la Zecca, non molto distante dal sito occupato dal Teatro Romano, che diede il nome alla chiesa di San Vittore. Sempre nelle vicinanze era il Cordusio dove, era sorto il Palazzo Ducale longobardo. Importante era poi il Palazzo Arcivescovile posto vicino al Broletto..

       La città era divisa in sei “ Destrieri” o “ Porte” con apertura nella cinta muraria. Ogni Porta aveva due torri di difesa. La Porta era il fulcro dell’ordinamento civile e militare e comprendeva l’abitato al suo interno.

       La Porta si distingueva con vessilli ed insegne proprie. Ogni Porta comprendeva cinque “Contrade” ed aveva propri gonfaloni e milizie, costituite dai nobili per la cavalleria e dal popolo per la fanteria.

       La contrada era formata dalle “ Parrocchie” organi politici-amministrativi–religiosi del Comune.

     

LE BASILICHE CRISTIANE

 

     Disposte a croce ai quattro punti cardinali di Milano, in corrispondenza delle Porte che si aprivano sulle quattro direzioni dei pellegrinaggi, erano disposte quattro Basiliche. A nord, San Simpliciano, a sud San Nazaro, ad ovest San Ambrogio, ad est San Dionigi. Il Cristianesimo era stato riconosciuto da pochi decenni, e per l’inaugurazione di una nuova Basilica cristiana, vigeva l’uso di deporre nella nuova chiesa reliquie dei martiri. 

      

 

MILANO E IL SUO CONTADO AL CENTRO DELL’EUROPA

    Milano, trovandosi all’incrocio delle vie di pellegrinaggio e dando ospitalità ad un flusso continuo di viandanti, dopo l’anno Mille beneficia di un vigoroso risveglio economico: la rete commerciale di Milano era vastissima, arrivava a Genova, in Sicilia, in Svizzera, in Germania, e in Francia. L’agricoltura si dovette adeguare alle nuove richieste del mercato, si ampliano i borghi rurali, si edificano nel periodo dell’imperatore Barbarossa centinaia di cascine di cui si ha ancora memoria.

       E’ questo un periodo di instabilita’ politica, con ripetute invasioni militari e devastazioni dei territori coltivati, che costringe molte famiglie a vendere terreni e cascine ad enti ecclesiastici, quali l’Abbazia di Chiaravalle.

       Con il commercio e l’agricoltura si sviluppa, la diffusione dei prodotti locali verso Paesi  lontani. Milano, il suo territorio e la Lombardia raggiungono un enorme prestigio in ogni angolo del mondo allora conosciuto attraverso la vendita di eleganti armature e di splendidi e particolari tessuti con fili d’oro.

 

Le mura dopo il Barbarossa

Il Comune di Milano, per proteggere la sua autonomia, che veniva messa in pericolo dalla discesa armata di Federico Barbarossa, elevò un anello di terrapieni circondati da un fosso: nacquero così i terraggi (terrapieno a scarpa) e il perimetro originario di quella che, un secolo più tardi, diverrà la cerchia dei Navigli.

Queste protezioni resistettero al Barbarossa, ma la città cadde per fame e, incendiata due volte, venne rasa al suolo. Dopo la vittoria di Legnano, in nove anni, le mura vennero riorganizzate e si trasformano in un robusto recinto di pietre e mattoni.

Porte e pusterle

In corrispondenza delle antiche porte romane, se ne aprirono altrettante nel circuito medioevale più grande, nel quale compaiono altri dieci passaggi costituiti da pusterle fortificate, (porte secondarie che furono costruite in vari momenti) che permettevano di entrare e uscire dalla città. I nomi di queste porte sono quelli vecchi, tramandati dalla tradizione romana: Vercellina, Ticinese, Romana, Orientale, Nuova e Cumana anche se, aperte nel più ampio giro di mura sono state spostate, verso l'esterno, dai tre ai quattrocento metri.

In corrispondenza di porta Ticinese compare la Cittadella costruita a scopi di difesa.

I Corpi Santi

Il territorio fuori le mura, nel Medioevo, veniva chiamato "dei Corpi Santi". Era una zona immensa, che circondava tutto attorno la città: un territorio fatto di borghi, cascinali, cappelle e conventi distribuiti in una vasta campagna di una profondità pari a sei miglia di raggio. Il territorio prendeva nome dalla porta (quindi, il territorio "dei Corpi Santi" di Porta Vercellina, Porta Ticinese, Porta Romana e via dicendo) ed era suddiviso in tante parti quante erano le porte e le vie che da esso si dipartivano. Il nome "dei Corpi Santi" deriva probabilmente dal fatto che, durante le persecuzioni, i martiri cristiani venivano seppelliti fuori le mura, lungo le vie che si aprivano sull'aperta campagna. Questi cristiani martiri venivano considerati "Santi" e i più illustri venerati in Basiliche, naturalmente fuori città. ( S.Lorenzo o S.Vittore al Corpo). Il territorio "dei Corpi Santi" ebbe una vera autonomia amministrativa, finchè non fu unito al Comune di Milano nel 1873.

La Pieve

La Pieve era un'istituzione antichissima; ebbe origine nelle campagne, ai tempi delle invasioni barbariche, quando nei villaggi romani iniziarono a costituirsi nuclei sempre più consistenti di cristiani, fuggiti anche dalle città assediate che si insediarono intorno a una chiesa di campagna. Le Pievi ebbero carattere di istituzione civile e religiosa e a Milano circondavano il territorio dei Corpi Santi con un ulteriore anello esterno. Nei pressi di Porta Vercellina si apriva un territorio agreste, attraversato da fiumi (il vecchio corso dell’Olona) che comprendeva due Pievi: quella di Trenno a nord e quella di Cesano a sud. La Pieve di Trenno comprendeva i borghi di Quarto Cagnino, Quinto Romano, Figino, Quarto Oggiaro e Lampugnano. La Pieve di Cesano Boscone comprendeva i borghi di Baggio, Corsico, Prezzano, Cusago, Seguro. Attorno all’anno Mille il contado di Milano comprendeva altre nove Pievi: Nervino, Bruzzano, Bollate, Segrate, San Donato, Settala, San Giuliano, Mezzate e Locate. Parte della nostra Zona 6 apparteneva ai "Corpi Santi" di Porta Ticinese e di Porta Vercellina mentre l'altra parte apparteneva ai Comuni di Lorenteggio e Sellanuova che furono, per molto tempo, inseriti nella Pieve di Cesano Boscone.

 

PORTA MAGENTA 
alias
PORTA VERCELLINA
AD NOVARUM


Originariamente Porta Magenta si trovava tra tre vie: via Brisa, via Meravigli e via San Giovanni sul Muro e aveva la funzione di difendere la cerchia dei Navigli da attacchi nemici. Per questo aveva una torre con munitissime fortificazioni poste al Ponte di San Vittore, questa torre veniva chiamata “Torre di Ansperto” perché ritenuta parte delle mura volute dall’arcivescovo Ansperto. Successivamente la porta fu anche munita di un ponte levatoio chiamato San Girolamo. L’accesso alla porta era impedito da catene di bronzo e una campana segnalava l’intrusione di persone non ben accette. Nello spazio controllato da Porta Magenta c’era anche la pusterla di Porta Giovia in corrispondenza della quale sorge il castello.

Con la costruzione dei Bastioni la porta fu demolita e se ne ricostruì un’altra spostata all’esterno su un modello proposto da Luigi Canonica.

La nuova Porta Magenta fu innalzata sull’area di piazzale Baracca per accogliere degnamente Napoleone I, che si fece incoronare re nel Duomo di Milano il 26 Maggio 1805. Originariamente la porta fu chiamata “Novarium o ad Novarium” perché porta a Novara, poi fu designata come Porta Vercellina perché posta all’inizio della strada per la città di Vercelli, città fondata dai Celti. Qundo nel 1806 Milano fu divisa in sestrieri che partivano dal Broletto (piazza Mercanti), Porta Vercellina faceva parte del sestriere di San Michele al Gallo. Ai nostri giorni la zona di P.le Baracca viene chiamata Porta Magenta perché corrisponde al luogo dove era posta Porta Magenta.

Nel 1885 si iniziò la demolizione delle mura spagnole e insieme a queste fu distrutta anche la porta. Oggi di questa non si conserva nessun frammento ad eccezione delle grosse catene di sbarramento della porta medioevale che attualmente sono conservate  a Cesena, dove furono trasportate come trofeo di guerra, da Carlo Malatesta, che nel 1407 riuscì ad espugnare Porta Giovia e Porta Vercellina.

Corso Magenta

Corso Magenta comprende attualmente il vecchio corso e ponte di Porta Vercellina e il suo proseguimento detto “Borgo delle Grazie”.

Dal 1860 il Borgo delle Grazie, infatti, venne chiamato “Magenta” e nel 1865 anche il tratto del corso di Porta Vercellina prese quel nome. Sul lato sinistro del corso si trova la chiesa di S. Maurizio e Sigismondo al Monastero Maggiore, creazione del Rinascimento. Alla chiesa era annesso un monastero di Benedettine di cui la fondatrice sarebbe stata Teodolinda. L’importanza del monastero e della chiesa annessa è attestata dal fatto che Federico Barbarossa li risparmiò dopo la conquista della città, così, mentre le altre chiese di Milano furono riedificate o restaurate, per San Maurizio solo alla fine del XV secolo si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa su quella antica per la sopraggiunta necessità di segregare parte del tempio ad uso delle monache, che dal 1447 si erano votate a perpetua clausura. L’autore della nuova costruzione fu Gian Giacomo Dolcebuono. La data di edificazione della chiesa, 1503, è documentata dal lapis primarium inserito nel lavabo della chiesa interna; la consacrazione avvenne nel 1513.

Pare però che il Dolcebuono, per la sopravvenuta morte (1506), non abbia potuto condurre a termine la costruzione che fu ultimata da Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino. La chiesa fu affrescata dai migliori artisti del Cinquento lombardo, tra i quali Bernardino Luini.

Il monastero venne abolito da Napoleone nel 1799. Le monache furono relegate nel sotterraneo sotto la chiesa, che divenne un ospedale di guerra, nel 1859 per gli Zuavi di Napoleone III e nel 1856 per i Garibaldini, così come durante la prima Guerra Mondiale. L’edificio monastico fu acquistato nel 1874 dal comune di Milano che demolì, per l’apertura dell’attuale via Bernardino Luini, parte degli edifici che si addossavano al lato destro della chiesa.

La facciata della chiesa di S. Maurizio e S. Sigismondo, di pietra d’Ornavasso, è semplice, con lesene sovrapposte dei tre ordini classici: dorico, ionico e corinzio, , ed un fastigio aggiuntovi sulla fine del XVI secolo da Francesco Pirovano.

La stessa semplicità si ha nell’interno ad una sola navata, coperta da ampia volta, ed assai notevole per l’ingegnoso e sobrio organismo architettonico che divide la chiesa in due parti una, un tempo riservata solo ai fedeli, dall’altra utilizzata dalle religiose dell’attiguo monastero.

Di fianco alla chiesa di S. Maurizio, un fastoso portale marmoreo, scolpito da Giacomo Muttone nel 1683, segna l’ingresso all’antico chiostro del Monastero Maggiore, oggi sede del Civico Museo Archeologico, inaugurato nel 1965.

Dal portale d’ingresso si accede ad un cortiletto cinto da elegante porticato in cui sono disposti alle pareti sarcofaghi e lapidi romane di notevole valore archeologico.

Nell’interno, il Museo usufruisce di due chiostri di eleganza cinquecentesca con i quali è stato creato un suggestivo ambiente..

Corso Magenta dopo il Monastero Maggiore, forma un largo ove un tempo si ergeva la colonna con San Ausano; accanto vi scorreva il Nirone, ora sepolto sotto la via; il nome del fiume però è rimasto al vecchio “largo”.

 

 

Resti del palazzo eretto da Lorenzo De Medici in Corso Magenta

 

I navigli

 

   
 
                                                                                EL MÈ NAVILI

In sul gran fiumm del temp e di memori,

per mì gh’è l’acqua del Navili Grand

che la m’ha battezzaa finna de quand

sont vegnuu al mond in del so territori.

 On segn profetich, forse perentori

Che m’ha guidaa la vitta ‘me on command

Tuttcoss buttand a l’ari, tutt mudand

Quell’alter viv, po’ dass, pussee ilusori.

 On’acqua verda che, per tanta gent,

la dis propri nagott, la cunta nient.

On’acqua ch’hoo sgonfiada col sudor

 De la mia front, di brasc, de la mia s’cenna.

Che m’ha però ligaa con la cadenna

D’ona poesia che nass dal mè stupor …

 

  I Navigli di Milano hanno ormai perso l’importanza che avevano un tempo, ma a prestar loro attenzione sanno raccontare interessanti pagine di storia che ci possono far riscoprire luoghi molto belli e ancora poco conosciuti. Per esempio la Vettabia, un canale di cui rimangono solo pochi resti verso Via Ripamonti, ci svela subito la funzione principale che questi canali artificiali avevano; il suo nome deriva dal latino “ vectare” che significa trasportare. In età medioevale però la cerchia dei Navigli serviva soprattutto come difesa della città. Quando nel 1162 Milano fu distrutta completamente dagli attacchi di Federico I Barbarossa le mura furono ricostruite seguendo il tracciato ellittico dei canali originali. presto le acque dei Navigli assunsero una funzione importante per l’irrigazione delle campagne circostanti e divennero anche vere e proprie vie di scambio e di commercio. La sicurezza della navigazione consentiva anche i viaggi delle persone, che li utilizzarono a tale scopo fino alla fine del diciannovesimo secolo. Le acque dei Navigli venivano anche usate dalle lavandaie per lavare i panni nel “brellin”, una cassetta di legno. Lungo l’Alzaia del Naviglio Grande esiste ancora oggi un angolo con questi antichi lavatoi.

Nella Darsena approdavano i barconi carichi di sabbia e di ghiaia ed ancora oggi si possono vedere le banchine di approdo. Le sponde dei Navigli, all’esterno della città, diventarono in seguito anche un luogo di villeggiatura; la nobiltà e la ricca borghesia, infatti,  costruivano le loro ville in riva al Naviglio Grande.

 

 

IL NAVIGLIO GRANDE

 

Il Naviglio Grande è il più antico esempio di canale irriguo e navigabile, deriva dal Ticino e termina nella darsena di Porta Ticinese. Venne costruito all’epoca del libero Comune riutilizzando parzialmente il corso del Ticinello che arriva all’altezza di Gaggiano.

Come via navigabile il Naviglio Grande cominciò ad essere utilizzato soltanto nel 1272. Una volta allargato e reso più profondo, nel 1387 grazie all’intervento di Gian Galeazzo Visconti, esso poteva essere navigato da grosse barche. Per questo motivo prese l’appellativo di “ Grande”. Le barche che scendevano dal lago cominciarono dunque a portare in città legnami, fieno, formaggi, bestiame,…   Il Naviglio permetteva anche di trasportare i materiali occorrenti per la costruzione di case e di monumenti, il più importante tra tutti  il Duomo, per la costruzione del quale occorreva il marmo. Sul Naviglio Grande la navigazione fu minuziosamente inquadrata in una serie di norme e sottoposta a tasse spesso pesanti. Agli Agenti della Veneranda Fabbrica del Duomo, però, Gian Galeazzo Visconti concesse il privilegio di non pagare alcun pedaggio per il trasporto del materiale. Per riconoscere il carico che era diretto in Duomo da quello dei commercianti, i blocchi furono “marchiati” con la sigla << A.U.F.>> ( nel linguaggio popolare a ufo, diventerà sinonimo di gratuito).

Il Naviglio era sorvegliato da guardie armate a cavallo, con compiti legati esclusivamente alla custodia del canale. Il ricavato dei dazi che si pagavano per il trasporto di materiale andavano alle spese di manutenzione. Anche il trasporto di passeggeri ebbe grande importanza nella storia del Naviglio Grande, perché le barchette locali cominciarono a trasportare passeggeri da un paese all’altro ma solo verso la metà del Settecento ci fu un regolamento del servizio pubblico e le barche svolgevano un servizio giornaliero.

 

IL NAVIGLIO DI BEREGUARDO

Nel 1420 cominciarono i lavori per la costruzione del Naviglio di Bereguardo  a opera del duca di Milano Filippo Maria Visconti.

Nel 1438 cominciarono altri lavori per renderlo navigabile, perché si era capita l’importanza del suo collegamento  fra il Naviglio Grande e la città ticinese.

Il Naviglio svolse fino ai prime dell’800 una funzione fondamentale per il trasporto del sale, e le sue barche furono chiamate cagnone, borcelli o barche mezzane, secondo la loro grandezza e portata.

Non sembra ci sia mai stato un servizio regolare di traghetto passeggeri,.

Il Naviglio di Bereguardo cominciò presto la sua decadenza e diventò un semplice corso d’acqua, ancora oggi infatti serve solo per l’irrigazione.

 

NAVIGLIO della MARTESANA

Nel 1443 Filippo Maria Visconti accolse la richiesta per la costruzione di un canale irriguo che prendesse l’acqua dal fiume Adda. Oggi il tratto urbano del Naviglio della Martesana, coperto negli anni ’60 fino alla Cassina de Pomm, si congiunge a Milano con il Torrente Seveso. I Navigli possono anche fornir poesie ed essere fonte d’ispirazione…    Le imbarcazioni che navigavano nel Naviglio erano gli involontari quotidiani spettatori del matrimonio che si celebrava tra la città e le sue acque.

Questo poetica immagine diventa indimenticabile nella stagione autunnale quando gli alberi quasi gialli, i fiori dagli infiniti colori e la tonalità cupa dei sempreverdi arricchivano come non mai i riflessi verdi nel canale.

Il Naviglio <<in maniche di camicia>> e il Naviglio <<aristocratico>> si davano la mano e quando cadeva la coltre di sottile nebbia sembrava una sciarpa capace di legarli entrambi.

  di Ambrogio Maria Antonini

San Cristoforo 
sul Naviglio Grande

 

 di Giorgio Caprotti  

                     

 

La piccola chiesa di S.Cristoforo, fuori Porta Ticinese, è un monumento caratteristico sotto l’aspetto religioso e di notevole importanza nella storia milanese. Le linee architettoniche e i dipinti  che traspaiono sotto gli intonachi , fanno comprendere quale gioiello fosse nel sduo massimo momento di gloria. Fino al 1890 esistevano molti documenti conservati dai proprietari della casa annessa alla chiesa, ma nessuno mai si era occupato di leggerli e, ignorandone il valore unico per il restauro ormai di necessità impellente, furono distrutti. Purtroppo S. Cristoforo fu dimenticata anche dagli scrittori milanesi che si limitarono a brevissimi cenni o a scarse notizie. 

 

UN TEMPIETTO PAGANO

Lo storico Antonio Castiglioni si mostra propenso a credere che nel luogo ora occupato dalla chiesa di S. Cristoforo sorgesse anticamente un tempietto pagano e che solo verso il V secolo questo venisse convertito a uso religioso ponendo all’interno una grande statua di S. Cristoforo.

La statua, dopo essere stata sull’altare maggiore fino al 1700 circa, fu messa nell’ossario dietro la sacrestia e distrutta nella prima metà del 1800. La chiesa sorge poco distante da una zona ricca di antichità romane, e una probabile spiegazione per la scelta della singolare figura di S. Cristoforo si sarebbe ravvisata in alcune caratteristiche somiglianze con Ercole a cui forse era dedicato il tempietto pagano.

 

LA CHIESA ATTUALE DI S. CRISTOFORO

 

La chiesa di S. Cristoforo è doppia: a una parte sinistra antica si affianca una destra di più recente datazione.

La parte antica presenta caratteri di stile romanico e l’interno doveva presentare l’aspetto di una piccola basilica ad una sola navata; sopra l’altare s’impostava un arco a tutto sesto e l’abside doveva essere più alto dell’attuale. La facciata era bassa, a capanna.

La seconda chiesa, quella votiva, fu edificata, per volere del duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti nei primi del 1400, come ex-voto per essere stato risparmiato alla peste insieme alla sua famiglia..

Questa chiesa più recente consacrata il 1° settembre del 1404 è un’elegante costruzione di forma quadrata appoggiata alla chiesa antica. Venne in seguito anche edificato un piccolo campanile cuspidato e, in epoca barocca, dietro la sacrestia venne costruito un ossario. Fu sempre il duca Gian Galeazzo, alla fine del  XIV sec., quando era ormai completamente distrutto, ad ordinare la ricostruzione del piccolo ponte sopra al Naviglio  per rendere possibile ai fedeli l’accesso alla chiesa di S. Cristoforo

 

GLI STEMMI

Sopra la parte della chiesa primitiva ci sono tre stemmi:

-STEMMA VISCONTEO con biscia e le iniziali di Giovanni Maria Visconti.

-STEMMA ARCIVESCOVILE con il sole ed un cappello prelatizio del Cardinale Pietro Filargo, Arcivescovo di Milano dal 1382 al 1409.

-STEMMA di MILANO con croce rossa in campo bianco, questo ci indica che la chiesa fu costruita per voto della città.

 

   

MODIFICHE

Le due chiese rimasero separate fino al 1625, quando abbattendo una parete si creò un’unica chiesa. Pitture antiche ornavano la chiesa primitiva, ma  in seguito alla peste del 1630, l’edificio venne adibita a lazzaretto e le pareti vennero intonacate per motivi d’igiene. Anche tutte le pareti esterne della chiesa, in epoca gotica erano state affrescate con più di 200 diverse raffigurazioni di S. Cristoforo. Oggi purtroppo sono  quasi completamente scrostate dal tempo.

Nell’interno rimangono questi affreschi:

                                     

 

IL PORTALE

Nel 1364 la facciata della cappella primitiva venne arricchita da un bellissimo portale in terracotta decorato  con un rosone a dodici  raggi che ripete motivi toscani. Lo stesso motivo era stato ripreso nella porta interna che dalla cappella ducale introduce alla sagrestia.

NEL DOMINIO DELLA STORIA

La più antica testimonianza del  culto di S. Cristoforo a Milano è un affresco bizantino del IX secolo, ci sono poi altri affreschi attribuiti alla scuola giottesca, del Bergognone e dagli Zavattari. La chiesa fu testimone di un importante evento: l’incontro avvenuto il 1° febbraio del 1491 tra Ludovico il Moro e la fidanzata Beatrice d’Este che venne di qui accompagnata, lungo il Naviglio, al Duomo dove si svolse la cerimonia nuziale.

Il culto del santo è legato a numerosi atti di misericordia come quello di fratello Pietro de Franzounis da Tavernasco che, nel 1364, fece costruire un ospedale adiacente alla piccola chiesa dove pellegrini e fedeli trovavano cure e rifugio.

La piccola chiesa fu testimone di lieti e tristi vicende nel corso della storia e belle tradizioni arricchiscono il suo patrimonio storico, come la sagra di S. Cristoforo che si tiene nel mese di giugno fin dai primi del  ‘4oo con banchi di beneficienza, danze, mostre di pittura, celebrazioni religiose e concerti. E’ usanza in questa occasione benedire le macchine,  poiché S., Cristoforo, già protettore dei viandanti lungo i corsi d’acqua è ora protettore degli automobilisti.

La tradizione vuole che presso S. Cristoforo fosse sepolto in gran segreto il giovane Matteo Visconti che non meritava di essere sepolto in terra consacrata a causa di una scomunica.

 

Soffermandosi ad osservare l’Alzaia che fiancheggia la  chiesa si può notare che qualcuno ha posato dei fiori. La gente che passa si chiede perché, e la risposta è che quei fiori stanno a ricordare un ragazzo che abitava nella stessa zona, ex alunno di questa scuola, che ora non c’e più e che il destino ha voluto far spegnere, a causa di un’auto pirata, proprio vicino a quella chiesa così antica che rimarrà vivida nella mente di tutti quelli che conservano quel ragazzo ancora nel  cuore.

 
E PER CONCLUDERE…

 

Ultima tappa del nostro itinerario è la chiesetta  di San Protaso al Lorenteggio, che si trova sulle aiuole spartitraffico dell’omonima via. Varie volte, lungo i suoi mille anni di vita, ne fu decisa la soppressione, anche di recente, perché ritenuta di intralcio al traffico, ma sempre gli abitanti della zona hanno lottato in sua difesa.

Costruita probabilmente intorno all’ XI secolo, si sa che essa faceva parte del territorio della basilica di San Vittore al Corpo e che serviva la vicina cascina di S. Protaso. All’inizio del Seicento alla Fondazione di S. Vittore subentrò l’ordine degli Olivetani, che rimase in possesso dell’edificio fino all’epoca napoleonica, periodo che vide cambiare radicalmente la destinazione d’uso dei possedimenti religiosi. La nostra chiesetta fu usata come fienile, poi come abitazione… Vicende che deteriorarono molte parti dell’edificio, ma in particolare le decorazioni interne. Oggi, quando si ha la fortuna di trovare le sue porte aperte, è possibile apprezzare parte dell’antico splendore grazie ai recenti restauri condotti con la collaborazione della Soprintendenza ai Monumenti.

 

Le leggende

Le fonti storiche sulla chiesa di S.Protaso al Lorenteggio sono molto scarse perciò gli studiosi, per ricostruire la sua “vita”, si sono anche basati sulle leggende o su racconti della tradizione popolare.  …”Si narra, ad esempio, che nel 1162 in questi luoghi Federico Barbarossa trovò la massima resistenza dell’esercito milanese. Dopo averlo sconfitto e prima di distruggere Milano si sarebbe fermato proprio in S. Protaso per ringraziare il Signore dell’andamento a lui favorevole della battaglia.

All’epoca poi della peste della fine del Trecento, si dice che un eremita avesse scelto la chiesina come luogo di preghiera e che, grazie alle sue preghiere, il contagio non si fosse diffuso nella zona.

Un’altra leggenda, molto cara agli abitanti della zona, riguarda l’affresco dell’abside che ha come soggetto la cosiddetta “Madonna dell’Aiuto”. Si racconta che nell’Ottocento l’affresco, per ben tre volte, fu coperto da una spessa mano di calce e che per tre volte riemerse miracolosamente dall’intonacatura.

Infine, sembra che questa chiesa fosse uno dei luoghi scelti da Federico Confalonieri per preparare segretamente i moti del 1821 contro gli austriaci.

  

Forme architettoniche e decorazioni

                            

La chiesetta di S. Protaso è una delle più sorprendenti testimonianze di una Milano antica e sconosciuta e se si pensa alla sua dislocazione ciò appare quanto mai paradossale. La “Ca’ delle lucertole” come l’avevano ribattezzata  gli abitanti quando ancora era circondata dai campi, ha forme semplici e regolari, dovute all’ uso che di essa ne facevano gli abitanti della cascina, la tipica cascina lombarda a struttura chiusa a corte, per scopi difensivi. Anche  le decorazioni interne, quindi, non sono di grande importanza estetica, tuttavia la loro essenziale semplicità  è particolarmente

coinvolgente.

Nell’abside si trova la “Vergine del Divino aiuto” ( XIII sec. ) che rappresenta la Madonna con il Bambino attorniata da angioletti, dal Beato Bernardo Tolomei, fondatore dell’Ordine degli Olivetani, da Santa Francesca Romana, fondatrice delle Oblate Benedettine e da San Vittore martire.

 

 Sulla parete sinistra si trova un affresco di Santa Caterina da Siena preceduto da uno schizzo che riporta la dicitura “ Fra de Porta Vercellina Michele de Zeni Grando” datato 14 luglio 1428.

 

 

 

 

 

 

La Classe 3A

 

 

con la collaborazione dei docenti

prof. Agata Fredella, L. Saracco e M.M. Gabbari

 

 

 

Realizzato il 23 aprile 2004  nel Laboratorio di Comunicazione Informatica

Per realizzare il nostro lavoro abbiamo immaginato di percorrere idealmente  alcune vie che, partendo da Porta Magenta e secondo un itinerario prefissato , ci riportassero alla nostra scuola.

Le tappe di tale  “viaggio” ci hanno permesso di scoprire e conoscere della nostra Città luoghi bellissimi di cui ignoravamo, o quasi, l’esistenza.

Grazie per averci stimolato con questo concorso.

                              La 3A

Questo lavoro ha vinto il 1° premio al concorso  indetto dal Touring Club nell'ambito della manifestazione :"Il palio delle 8 Porte".

Premiazione