“ Alla
ricerca del passato per amare il presente ”
classe
3A
|
Armati
di penne, fogli, rullini e tanta curiosità
nei
meandri delle biblioteche abbiamo ricercato.
Per
i vicoli di San Cristoforo ci siamo addentrati
e
altri fino a Porta Magenta sono arrivati.
Studi,
schizzi e tante foto abbiamo realizzato
in
gruppo, da soli o dai proff indirizzati.
-Siate
precisi, essenziali e interessanti!-
Le
nostre insegnanti hanno sentenziato.
-A
un concorso si partecipa per vincere
perciò
bisogna partire motivati!-
Sulle
prime qualcuno ha sbuffato:
-Un
altro lavoro ci viene accollato!-
Ma
dopo qualche clic di un’istantanea
l’entusiasmo
ha ognuno contagiato.
Intanto
tra un bus, un tram e un metrò
il
gruppo dei fotografi la storia ha immortalato
e
poi su questi
fogli…
scrittori e poeti l’hanno riportata. |
Per
l’uomo del Medioevo così fortemente legato alla spiritualità e
alla convinzione che la vita fosse un viaggio da compiere in una terra
d’esilio per conquistarsi la patria d’origine presso il Padre
Celeste, il pellegrinaggio veniva visto come una delle scelte
obbligate per l’uomo alla conquista della pace eterna.
Quando
nel 1300 Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo, il pellegrinaggio
aveva già una lunga tradizione che risaliva all’ alto Medioevo ed
era un cammino che aveva ormai enormi moltitudini di persone.
Il
viaggio era un evento di lunga durata, caratterizzato da pericoli,
incognite e misteri: il pellegrino che ne è il simbolo, rappresenta
il legame con terre e paesi sconosciuti, la possibilità di contatto
con altri costumi e altri popoli.
Mete
del pellegrino
Sognate
e venerate erano Gerusalemme,
la Terrasanta e Roma.
Altra meta di pellegrinaggio era in un’altra direzione : il
santuario di San Giacomo di
Compostella, in Galizia. Contrassegni del pellegrino, durante il
viaggio, erano: una mantella, il bastone, una bisaccia , un cappello a
falda larga, per proteggersi dal sole o dalla pioggia e una conchiglia
che i Peregrini da
Compostella avevano come simbolo della loro penitenza.
I
Palmieri erano coloro che
si recavano in Terrasanta e al ritorno avrebbero portato per ricordo
una palma dall’oasi di Gerico, i Romei
da Roma riportavano invece la quadrangola, una targhetta con sopra
incise le figure di Pietro e Paolo.
Andare
in pellegrinaggio divenne un imperativo morale per l’uomo del
Medioevo: significava compiere un viaggio di “riparazione” per
ottenere il perdono dei peccati.
MILANO,
crocevia del pellegrinaggio
A
partire dal x secolo iniziò in tutta Europa uno sviluppo demografico
che continuò ininterrottamente fino alla grande pestilenza del
Trecento. Venne così a crearsi una zona centro-europea lungo il Reno,
il Danubio, la Francia Orientale, la Germania Meridionale e l’Italia
settentrionale altamente civile e densamente popolata, da cui si
irradiò una grande forza vitale. A promuovere il fenomeno dei
pellegrinaggi furono le forze più vitali della chiesa. In primo luogo
la grande Abbazia benedettina di Cluny, in Borgogna, fulcro della
nuova spiritualità, dove si realizzò una concentrazione delle
energie spirituali e culturali alla quale si deve
il “ supporto” del pellegrinaggio con la costruzione di
chiese e la diffusione al contempo dello stile gotico.
I concetti religiosi e filosofici elaborati a Cluny vengono
introdotti a Milano nel 1135 da St. Bernard de Clairvaux ( S. Bernardo
di Chiaravalle), la figura più rappresentativa di un nuovo ordine
monastico: i Cistercensi, grandi civilizzatori dell’Europa con le
loro fondazioni.
Le
abbazie sorte in Lombardia diverranno centri di elaborazione delle
tecniche idrauliche per l’irrigazione e per la meccanizzazione con
la costruzione dei primi mulini ad acqua, diverranno centri di
agricoltura intensiva con la realizzazione di marcite e risaie.
Il
Papato fu l’altra importantissima fonte organizzatrice del
pellegrinaggio. Venne
programmata organicamente la strada del pellegrinaggio ai grandi
luoghi del martirio.
Questo
grande movimento ai luoghi santi della Cristianità, lascia una
profonda traccia nella società di tutta Europa, al punto che si può
affermare sia stato uno dei fattori che hanno contribuito in modo
determinante al processo di unificazione della società occidentale.
MILANO,
al centro delle grandi vie della fede
Uno
dei percorsi più antichi di pellegrinaggio era la “ via Francigena”
che partiva da Canterbury, sede episcopale inglese, attraversava la
Francia, le Alpi sul Gran San Bernardo, passava poi per
Mortara o Milano e superava gli Appennini sul Passo della Cisa.
Coloro che volevano visitare Roma e pregare sulle tombe degli
Apostoli Pietro e Paolo, si recavano a Piacenza, valicavano il Passo
della Cisa, costeggiavano il fiume Magra, sostavano a Sarzana e a Luni,
passavano l’Arno e per Siena raggiungevano la Via Cassia, lungo la
quale, con soste a Bolsena ed a Sutrio pervenivano alla Città Eterna.
Dalla Francia meridionale i pellegrini francesi
si raccoglievano a Nizza, sostavano a Genova, proseguendo per
Piacenza, Cremona e attraversando la Val Padana, percorrevano la
“via Postumia”.
La maggior parte dei pellegrini nordici scendeva solitamente
per la via del Gottardo a Como ed a Milano: la “via Regina”. Da
Milano i pellegrini proseguivano per Brescia, Verona e Venezia, ove
sostavano al Fondaco dei Tedeschi prima di imbarcarsi. Oltre che sulle
vie per Gerusalemme e Roma, anche sul percorso di S.Giacomo di
Compostella, esistevano speciali ospizi per i pellegrini. La Lombardia
era dunque tagliata in croce dalle due grandi direttive di marcia:
nord/sud (Gottardo- Milano- Pavia- Roma ) ed est/ovest (Piemonte-
Milano- Venezia; ovvero Genova- Piacenza- Cremona- Adriatico ).
IL
COMUNE NASCE ALL’EPOCA DEI PELLEGRINAGGI
Nel
XI secolo, a Milano si attua una grande trasformazione sociale.
Nel
1045 il nobile Lanzone da Corte riuscì a mettere d’accordo tutti
gli ordini dei cittadini: venne così a costituirsi il Comune, piccola
repubblica con a capo i Consoli.
I
capi del Comune erano divisi in “Consoli del Comune“ e “Consoli
di Giustizia”. Il popolo esercitava il potere sovrano.
Simbolo
del Comune era la croce rossa effigiata nel drappo bianco delle
bandiere che, all’epoca delle Crociate, furono portate nelle lontane
regioni d’oriente. Il rosso indicava la nobiltà, il bianco il
popolo.
Sorsero le Corporazioni dei vari ceti e gradi di
lavoro. Nessuno poteva esercitare il mestiere se non era iscritto alla
sua rispettiva associazione chiamata “universitas” “schola” o
“collegium”.
UNO
SGUARDO ALLA CITTA’
Entro
le Mura Massimianee, nel centro vivo della città, accanto alle
Cattedrali di s: Maria e Tecla, sorgeva il Palazzo dei Consoli,
sull’area dell’attuale Palazzo Reale, dove aveva sede anche
la Suprema Magistratura. Davanti al Palazzo Consolare vi era uno
spiazzo erboso, detto il “Broletto”.
Un altro edificio importante era la Zecca, non molto distante
dal sito occupato dal Teatro Romano, che diede il nome alla chiesa di
San Vittore. Sempre nelle vicinanze era il Cordusio dove, era sorto il
Palazzo Ducale longobardo. Importante era poi il Palazzo Arcivescovile
posto vicino al Broletto..
La
città era divisa in sei “ Destrieri” o “ Porte” con apertura
nella cinta muraria. Ogni Porta aveva due torri di difesa. La Porta
era il fulcro dell’ordinamento civile e militare e comprendeva
l’abitato al suo interno.
La Porta si distingueva con vessilli ed insegne proprie.
Ogni Porta comprendeva cinque “Contrade” ed aveva propri gonfaloni
e milizie, costituite dai nobili per la cavalleria e dal popolo per la
fanteria.
La
contrada era formata dalle “ Parrocchie” organi
politici-amministrativi–religiosi del Comune.
LE
BASILICHE CRISTIANE
Disposte a croce ai quattro punti cardinali
di Milano, in corrispondenza delle Porte che si aprivano sulle quattro
direzioni dei pellegrinaggi, erano disposte quattro Basiliche. A nord,
San Simpliciano, a sud San Nazaro, ad ovest San Ambrogio, ad est San
Dionigi. Il Cristianesimo era stato riconosciuto da pochi decenni, e
per l’inaugurazione di una nuova Basilica cristiana, vigeva l’uso
di deporre nella nuova chiesa reliquie dei martiri.
MILANO
E IL SUO CONTADO AL CENTRO DELL’EUROPA
Milano,
trovandosi all’incrocio delle vie di pellegrinaggio e dando
ospitalità ad un flusso continuo di viandanti, dopo l’anno Mille
beneficia di un vigoroso risveglio economico: la rete commerciale di
Milano era vastissima,
arrivava a Genova, in Sicilia, in Svizzera, in Germania, e in Francia.
L’agricoltura si dovette adeguare alle nuove richieste del mercato,
si ampliano i borghi rurali, si edificano nel periodo
dell’imperatore Barbarossa centinaia di cascine di cui si ha ancora
memoria.
E’
questo un periodo di instabilita’ politica, con ripetute invasioni
militari e devastazioni dei territori coltivati, che costringe molte
famiglie a vendere terreni e cascine ad enti ecclesiastici, quali
l’Abbazia di Chiaravalle.
Con
il commercio e l’agricoltura si sviluppa, la diffusione dei prodotti
locali verso Paesi lontani.
Milano, il suo territorio e la Lombardia raggiungono un enorme
prestigio in ogni angolo del mondo allora conosciuto attraverso la
vendita di eleganti armature e di splendidi e particolari tessuti con
fili d’oro.
Le
mura dopo il Barbarossa
Il
Comune di Milano, per proteggere la sua autonomia, che veniva messa in
pericolo dalla discesa armata di Federico Barbarossa, elevò un anello
di terrapieni circondati da un fosso: nacquero così i terraggi
(terrapieno a scarpa) e il perimetro originario di quella che, un
secolo più tardi, diverrà la cerchia dei Navigli.
Queste
protezioni resistettero al Barbarossa, ma la città cadde per fame e,
incendiata due volte, venne rasa al suolo. Dopo la vittoria di
Legnano, in nove anni, le mura vennero riorganizzate e si trasformano
in un robusto recinto di pietre e mattoni.

Porte
e pusterle
In
corrispondenza delle antiche porte romane, se ne aprirono altrettante
nel circuito medioevale più grande, nel quale compaiono altri dieci
passaggi costituiti da pusterle fortificate, (porte secondarie che
furono costruite in vari momenti) che permettevano di entrare e uscire
dalla città. I nomi di queste porte sono quelli vecchi, tramandati
dalla tradizione romana: Vercellina, Ticinese, Romana, Orientale,
Nuova e Cumana anche se, aperte nel più ampio giro di mura sono state
spostate, verso l'esterno, dai tre ai quattrocento metri.
In
corrispondenza di porta Ticinese compare la Cittadella
costruita a scopi di difesa.
I
Corpi Santi
Il
territorio fuori le mura, nel Medioevo, veniva chiamato "dei
Corpi Santi". Era una zona immensa, che circondava tutto attorno
la città: un territorio fatto di borghi, cascinali, cappelle e
conventi distribuiti in una vasta campagna di una profondità pari a
sei miglia di raggio. Il territorio prendeva nome dalla porta (quindi,
il territorio "dei Corpi Santi" di Porta Vercellina, Porta
Ticinese, Porta Romana e via dicendo) ed era suddiviso in tante parti
quante erano le porte e le vie che da esso si dipartivano. Il nome
"dei Corpi Santi" deriva probabilmente dal fatto che,
durante le persecuzioni, i martiri cristiani venivano seppelliti fuori
le mura, lungo le vie che si aprivano sull'aperta campagna. Questi
cristiani martiri venivano considerati "Santi" e i più
illustri venerati in Basiliche, naturalmente fuori città. ( S.Lorenzo
o S.Vittore al Corpo). Il territorio "dei Corpi Santi" ebbe
una vera autonomia amministrativa, finchè non fu unito al Comune di
Milano nel 1873.
La
Pieve
La
Pieve era un'istituzione antichissima; ebbe origine nelle campagne, ai
tempi delle invasioni barbariche, quando nei villaggi romani
iniziarono a costituirsi nuclei sempre più consistenti di cristiani,
fuggiti anche dalle città assediate che si insediarono intorno a una
chiesa di campagna. Le Pievi ebbero carattere di istituzione civile e
religiosa e a Milano circondavano il territorio dei Corpi Santi con un
ulteriore anello esterno. Nei pressi di Porta Vercellina si apriva un
territorio agreste, attraversato da fiumi (il vecchio corso
dell’Olona) che comprendeva due Pievi: quella di Trenno a nord e
quella di Cesano a sud. La Pieve di Trenno comprendeva i borghi di
Quarto Cagnino, Quinto Romano, Figino, Quarto Oggiaro e Lampugnano.
La
Pieve di Cesano Boscone comprendeva i borghi di Baggio, Corsico,
Prezzano, Cusago, Seguro. Attorno all’anno Mille il contado di
Milano comprendeva altre nove Pievi: Nervino, Bruzzano, Bollate,
Segrate, San Donato, Settala, San Giuliano, Mezzate e Locate. Parte
della nostra Zona 6 apparteneva ai "Corpi Santi" di Porta
Ticinese e di Porta Vercellina mentre l'altra parte apparteneva ai
Comuni di Lorenteggio e Sellanuova che furono, per molto tempo,
inseriti nella Pieve di Cesano Boscone.
Originariamente
Porta Magenta si trovava tra tre vie: via Brisa, via Meravigli e via
San Giovanni sul Muro e aveva la funzione di difendere la cerchia dei
Navigli da attacchi nemici. Per questo aveva una torre con munitissime
fortificazioni poste al Ponte di San Vittore, questa torre veniva
chiamata “Torre di Ansperto” perché ritenuta parte delle mura
volute dall’arcivescovo Ansperto. Successivamente la porta fu anche
munita di un ponte levatoio chiamato San Girolamo. L’accesso alla
porta era impedito da catene di bronzo e una campana segnalava
l’intrusione di persone non ben accette. Nello spazio controllato da
Porta Magenta c’era anche la pusterla di Porta Giovia in
corrispondenza della quale sorge il castello.
Con
la costruzione dei Bastioni la porta fu demolita e se ne ricostruì
un’altra spostata all’esterno su un modello proposto da Luigi
Canonica.
La
nuova Porta Magenta fu innalzata sull’area di piazzale Baracca per
accogliere degnamente Napoleone I, che si fece incoronare re nel Duomo
di Milano il 26 Maggio 1805. Originariamente la porta fu chiamata
“Novarium o ad Novarium” perché porta a Novara, poi fu designata
come Porta Vercellina perché posta all’inizio della strada per la
città di Vercelli, città fondata dai Celti. Qundo nel 1806 Milano fu
divisa in sestrieri che partivano dal Broletto (piazza Mercanti),
Porta Vercellina faceva parte del sestriere di San Michele al Gallo.
Ai nostri giorni la zona di P.le Baracca viene chiamata Porta Magenta
perché corrisponde al luogo dove era posta Porta Magenta.
Nel
1885 si iniziò la demolizione delle mura spagnole e insieme a queste
fu distrutta anche la porta. Oggi di questa non si conserva nessun
frammento ad eccezione delle grosse catene di sbarramento della porta
medioevale che attualmente sono conservate
a Cesena, dove furono trasportate come trofeo di guerra, da
Carlo Malatesta, che nel 1407 riuscì ad espugnare Porta Giovia e
Porta Vercellina.

Corso Magenta comprende attualmente il vecchio corso e ponte di Porta
Vercellina e il suo proseguimento detto “Borgo delle Grazie”.
Dal
1860 il Borgo delle Grazie, infatti, venne chiamato “Magenta” e
nel 1865 anche il tratto del corso di Porta Vercellina prese quel
nome. Sul lato sinistro del corso si trova la chiesa di S. Maurizio e
Sigismondo al Monastero Maggiore, creazione del Rinascimento. Alla
chiesa era annesso un monastero di Benedettine di cui la fondatrice
sarebbe stata Teodolinda. L’importanza del monastero e della chiesa
annessa è attestata dal fatto che Federico Barbarossa li risparmiò
dopo la conquista della città, così, mentre le altre chiese di
Milano furono riedificate o restaurate, per San Maurizio solo alla
fine del XV secolo si rese necessaria la costruzione di una nuova
chiesa su quella antica per la sopraggiunta necessità di segregare
parte del tempio ad uso delle monache, che dal 1447 si erano votate a
perpetua clausura. L’autore della nuova costruzione fu Gian Giacomo
Dolcebuono. La data di edificazione della chiesa, 1503, è documentata
dal lapis primarium inserito nel lavabo della chiesa interna;
la consacrazione avvenne nel 1513.
Pare
però che il Dolcebuono, per la sopravvenuta morte (1506), non abbia
potuto condurre a termine la costruzione che fu ultimata da Bartolomeo
Suardi, detto il Bramantino. La chiesa fu affrescata dai migliori
artisti del Cinquento lombardo, tra i quali Bernardino Luini.
Il
monastero venne abolito da Napoleone nel 1799. Le monache furono
relegate nel sotterraneo sotto la chiesa, che divenne un ospedale di
guerra, nel 1859 per gli Zuavi di Napoleone III e nel 1856 per i
Garibaldini, così come durante la prima Guerra Mondiale. L’edificio
monastico fu acquistato nel 1874 dal comune di Milano che demolì, per
l’apertura dell’attuale via Bernardino Luini, parte degli edifici
che si addossavano al lato destro della chiesa.
La facciata della chiesa di S. Maurizio e S.
Sigismondo, di pietra d’Ornavasso, è semplice, con lesene
sovrapposte dei tre ordini classici: dorico, ionico e corinzio, , ed
un fastigio aggiuntovi sulla fine del XVI secolo da Francesco Pirovano.
La
stessa semplicità si ha nell’interno ad una sola navata, coperta da
ampia volta, ed assai notevole per l’ingegnoso e sobrio organismo
architettonico che divide la chiesa in due parti una, un tempo
riservata solo ai fedeli, dall’altra utilizzata dalle religiose
dell’attiguo monastero.
Di
fianco alla chiesa di S. Maurizio, un fastoso portale marmoreo,
scolpito da Giacomo Muttone nel 1683, segna l’ingresso all’antico
chiostro del Monastero Maggiore, oggi sede del Civico Museo
Archeologico, inaugurato nel 1965.
Dal
portale d’ingresso si accede ad un cortiletto cinto da elegante
porticato in cui sono disposti alle pareti sarcofaghi e lapidi romane
di notevole valore archeologico.
Nell’interno,
il Museo usufruisce di due chiostri di eleganza cinquecentesca con i
quali è stato creato un suggestivo ambiente..
Corso
Magenta dopo il Monastero Maggiore, forma un largo ove un tempo si
ergeva la colonna con San Ausano; accanto vi scorreva il Nirone, ora
sepolto sotto la via; il nome del fiume però è rimasto al vecchio
“largo”.
Resti
del palazzo eretto da Lorenzo De Medici in Corso Magenta
EL MÈ NAVILI
In
sul gran fiumm del temp e di memori,
per
mì gh’è l’acqua del Navili Grand
che
la m’ha battezzaa finna de quand
sont
vegnuu al mond in del so territori.
Che
m’ha guidaa la vitta ‘me on command
Tuttcoss
buttand a l’ari, tutt mudand
Quell’alter
viv, po’ dass, pussee ilusori.
On’acqua
verda che, per tanta gent,
la
dis propri nagott, la cunta nient.
On’acqua
ch’hoo sgonfiada col sudor
De
la mia front, di brasc, de la mia s’cenna.
Che
m’ha però ligaa con la cadenna
D’ona
poesia che nass dal mè stupor …
I Navigli di Milano hanno ormai perso l’importanza che
avevano un tempo, ma a prestar loro attenzione sanno raccontare
interessanti pagine di storia che ci possono far riscoprire luoghi
molto belli e ancora poco conosciuti. Per esempio la Vettabia, un
canale di cui rimangono solo pochi resti verso Via Ripamonti, ci svela
subito la funzione principale che questi canali artificiali avevano;
il suo nome deriva dal latino “ vectare” che significa
trasportare. In età medioevale però la cerchia dei Navigli serviva
soprattutto come difesa della città. Quando nel 1162 Milano fu
distrutta completamente dagli attacchi di Federico I Barbarossa le
mura furono ricostruite seguendo il tracciato ellittico dei canali
originali. presto le acque dei Navigli assunsero una funzione
importante per l’irrigazione delle campagne circostanti e divennero
anche vere e proprie vie di scambio e di commercio.
La sicurezza della navigazione consentiva anche i viaggi delle
persone, che li utilizzarono a tale scopo fino alla fine del
diciannovesimo secolo.
Le acque dei
Navigli venivano anche usate dalle lavandaie per lavare i panni nel
“brellin”, una cassetta di legno. Lungo l’Alzaia del Naviglio
Grande esiste ancora oggi un angolo con questi antichi lavatoi.
Nella
Darsena approdavano i barconi carichi di sabbia e di ghiaia ed ancora
oggi si possono vedere le banchine di approdo. Le sponde dei Navigli,
all’esterno della città, diventarono in seguito anche un luogo di
villeggiatura; la nobiltà e la ricca borghesia, infatti,
costruivano le loro ville in riva al Naviglio Grande.
IL
NAVIGLIO GRANDE
Il
Naviglio Grande è il più antico esempio di canale irriguo e
navigabile, deriva dal Ticino e termina nella darsena di Porta
Ticinese. Venne costruito all’epoca del libero Comune riutilizzando
parzialmente il corso del Ticinello che arriva all’altezza di
Gaggiano.
Come
via navigabile il Naviglio Grande cominciò ad essere utilizzato
soltanto nel 1272. Una volta allargato e reso più profondo, nel 1387
grazie all’intervento di Gian Galeazzo Visconti, esso poteva essere
navigato da grosse barche. Per questo motivo prese l’appellativo di
“ Grande”. Le barche che scendevano dal lago cominciarono dunque a
portare in città legnami, fieno, formaggi, bestiame,…
Il Naviglio
permetteva anche di trasportare i materiali occorrenti per la
costruzione di case e di monumenti, il più importante tra tutti
il Duomo, per la costruzione del quale occorreva il marmo. Sul
Naviglio Grande la navigazione fu minuziosamente inquadrata in una
serie di norme e sottoposta a tasse spesso pesanti. Agli Agenti della
Veneranda Fabbrica del Duomo, però, Gian Galeazzo Visconti concesse
il privilegio di non pagare alcun pedaggio per il trasporto del
materiale. Per riconoscere il carico che era diretto in
Duomo da
quello dei commercianti, i blocchi furono “marchiati” con la sigla
<< A.U.F.>> ( nel linguaggio popolare a ufo, diventerà
sinonimo di gratuito).
Il Naviglio era
sorvegliato da guardie armate a cavallo, con compiti legati
esclusivamente alla custodia del canale. Il ricavato dei dazi che si
pagavano per il trasporto di materiale andavano alle spese di
manutenzione. Anche il trasporto di passeggeri ebbe grande importanza
nella storia del Naviglio Grande, perché le barchette locali
cominciarono a trasportare passeggeri da un paese all’altro ma solo
verso la metà del Settecento ci fu un regolamento del servizio
pubblico e le barche svolgevano un servizio giornaliero.
IL
NAVIGLIO DI BEREGUARDO
Nel
1420 cominciarono i lavori per la costruzione del Naviglio di
Bereguardo a opera del
duca di Milano Filippo Maria Visconti.
Nel
1438 cominciarono altri lavori per renderlo navigabile, perché si era
capita l’importanza del suo collegamento
fra il Naviglio Grande e la città ticinese.
Il
Naviglio svolse fino ai prime dell’800 una funzione fondamentale per
il trasporto del sale, e le sue barche furono chiamate cagnone,
borcelli o barche mezzane, secondo la loro grandezza e portata.
Non
sembra ci sia mai stato un servizio regolare di traghetto passeggeri,.
Il
Naviglio di Bereguardo cominciò presto la sua decadenza e diventò un
semplice corso d’acqua, ancora oggi infatti serve solo per
l’irrigazione.
NAVIGLIO
della MARTESANA
Nel 1443 Filippo
Maria Visconti accolse la richiesta per la costruzione di un canale
irriguo che prendesse l’acqua dal fiume Adda. Oggi il tratto urbano
del Naviglio della Martesana, coperto negli anni ’60 fino alla
Cassina de Pomm, si congiunge a Milano con il Torrente Seveso. I
Navigli possono anche fornir poesie ed essere fonte d’ispirazione…
Le
imbarcazioni che navigavano nel Naviglio erano gli involontari
quotidiani spettatori del matrimonio che si celebrava tra la città e
le sue acque.
Questo
poetica immagine diventa indimenticabile nella stagione autunnale
quando gli alberi quasi gialli, i fiori dagli infiniti colori e la
tonalità cupa dei sempreverdi arricchivano come non mai i riflessi
verdi nel canale.
Il
Naviglio <<in maniche di camicia>> e il Naviglio
<<aristocratico>> si davano la mano e quando cadeva la
coltre di sottile nebbia sembrava una sciarpa capace di legarli
entrambi.
di
Ambrogio Maria Antonini
di
Giorgio Caprotti

La
piccola chiesa di S.Cristoforo, fuori Porta Ticinese, è un monumento
caratteristico sotto l’aspetto religioso e di notevole importanza
nella storia milanese. Le linee architettoniche e i dipinti
che traspaiono sotto gli intonachi , fanno comprendere quale
gioiello fosse nel sduo massimo momento di gloria. Fino al 1890
esistevano molti documenti conservati dai proprietari della casa
annessa alla chiesa, ma nessuno mai si era occupato di leggerli e,
ignorandone il valore unico per il restauro ormai di necessità
impellente, furono distrutti. Purtroppo S. Cristoforo fu dimenticata
anche dagli scrittori milanesi che si limitarono a brevissimi cenni o
a scarse notizie.
UN
TEMPIETTO PAGANO

Lo
storico Antonio Castiglioni si mostra propenso a credere che nel luogo
ora occupato dalla chiesa di S. Cristoforo sorgesse anticamente un
tempietto pagano e che solo verso il V secolo questo venisse
convertito a uso religioso ponendo all’interno una grande statua di
S. Cristoforo.
La
statua, dopo essere stata sull’altare maggiore fino al 1700 circa,
fu messa nell’ossario dietro la sacrestia e distrutta nella prima
metà del 1800. La chiesa sorge poco distante da una zona ricca di
antichità romane, e una probabile spiegazione per la scelta della
singolare figura di S. Cristoforo si sarebbe ravvisata in alcune
caratteristiche somiglianze con Ercole a cui forse era dedicato il
tempietto pagano.
LA
CHIESA ATTUALE DI S. CRISTOFORO
La
chiesa di S. Cristoforo è doppia: a una parte sinistra antica si
affianca una destra di più recente datazione.
La
parte antica presenta caratteri di stile romanico e l’interno doveva
presentare l’aspetto di una piccola basilica ad una sola navata;
sopra l’altare s’impostava un arco a tutto sesto e l’abside
doveva essere più alto dell’attuale. La facciata era bassa, a
capanna.

La
seconda chiesa, quella votiva, fu edificata, per volere del duca di
Milano, Gian Galeazzo Visconti nei primi del 1400, come ex-voto per
essere stato risparmiato alla peste insieme alla sua famiglia..
Questa
chiesa più recente consacrata il 1° settembre del 1404 è
un’elegante costruzione di forma quadrata appoggiata alla chiesa
antica. Venne in seguito anche edificato un piccolo campanile
cuspidato e, in epoca barocca, dietro la sacrestia venne costruito un
ossario. Fu sempre il duca Gian Galeazzo, alla fine del
XIV sec., quando era ormai completamente distrutto, ad ordinare
la ricostruzione del piccolo ponte sopra al Naviglio
per rendere possibile ai fedeli l’accesso alla chiesa di S.
Cristoforo
GLI
STEMMI
Sopra
la parte della chiesa primitiva ci sono tre stemmi:

-STEMMA VISCONTEO
con biscia e le iniziali di Giovanni Maria Visconti.
-STEMMA
ARCIVESCOVILE con il sole ed un cappello prelatizio del Cardinale
Pietro Filargo, Arcivescovo di Milano dal 1382 al 1409.
-STEMMA
di MILANO con croce rossa in campo bianco, questo ci indica che la
chiesa fu costruita per voto della città.
MODIFICHE
Le
due chiese rimasero separate fino al 1625, quando abbattendo una
parete si creò un’unica chiesa. Pitture antiche ornavano la chiesa
primitiva, ma in seguito
alla peste del 1630, l’edificio venne adibita a lazzaretto e le
pareti vennero intonacate per motivi d’igiene. Anche tutte le pareti
esterne della chiesa, in epoca gotica erano state affrescate con più
di 200 diverse raffigurazioni di S. Cristoforo. Oggi purtroppo sono
quasi completamente scrostate dal tempo.
Nell’interno
rimangono questi affreschi:
IL
PORTALE
Nel
1364 la facciata della cappella primitiva venne arricchita da un
bellissimo portale in terracotta decorato
con un rosone a dodici raggi
che ripete motivi toscani. Lo stesso motivo era stato ripreso nella
porta interna che dalla cappella ducale introduce alla sagrestia.
NEL
DOMINIO DELLA STORIA
La
più antica testimonianza del culto
di S. Cristoforo a Milano è un affresco bizantino del IX secolo, ci
sono poi altri affreschi attribuiti alla scuola giottesca, del
Bergognone e dagli Zavattari.
La chiesa fu
testimone di un importante evento: l’incontro avvenuto il 1°
febbraio del 1491 tra Ludovico il Moro e la fidanzata Beatrice d’Este
che venne di qui accompagnata, lungo il Naviglio, al Duomo dove si
svolse la cerimonia nuziale.
Il
culto del santo è legato a numerosi atti di misericordia come quello
di fratello Pietro de Franzounis da Tavernasco che, nel 1364, fece
costruire un ospedale adiacente alla piccola chiesa dove pellegrini e
fedeli trovavano cure e rifugio.
La
piccola chiesa fu testimone di lieti e tristi vicende nel corso della
storia e belle tradizioni arricchiscono il suo patrimonio storico,
come la sagra di S. Cristoforo che si tiene nel mese di giugno fin dai
primi del ‘4oo con
banchi di beneficienza, danze, mostre di pittura, celebrazioni
religiose e concerti.
E’ usanza in questa occasione benedire le macchine,
poiché S., Cristoforo, già protettore dei viandanti lungo i
corsi d’acqua è ora protettore degli automobilisti.
La
tradizione vuole che presso S. Cristoforo fosse sepolto in gran
segreto il giovane Matteo Visconti che non meritava di essere sepolto
in terra consacrata a causa di una scomunica.
Soffermandosi
ad osservare l’Alzaia che fiancheggia la
chiesa si può notare che qualcuno ha posato dei fiori. La
gente che passa si chiede perché, e la risposta è che quei fiori
stanno a ricordare un ragazzo che abitava nella stessa zona, ex alunno
di questa scuola, che ora non c’e più e che il destino ha voluto
far spegnere, a causa di un’auto pirata, proprio vicino a quella
chiesa così antica che rimarrà vivida nella mente di tutti quelli
che conservano quel ragazzo ancora nel
cuore.
E
PER CONCLUDERE…
Ultima
tappa del nostro itinerario è la chiesetta
di San Protaso al Lorenteggio, che si trova sulle aiuole
spartitraffico dell’omonima via. Varie volte, lungo i suoi mille
anni di vita, ne fu decisa la soppressione, anche di recente, perché
ritenuta di intralcio al traffico, ma sempre gli abitanti della zona
hanno lottato in sua difesa.
Costruita probabilmente intorno all’ XI secolo, si
sa che essa faceva parte del territorio della basilica di San Vittore
al Corpo e che serviva la vicina cascina di S. Protaso.
All’inizio del Seicento alla Fondazione di S. Vittore subentrò
l’ordine degli Olivetani, che rimase in possesso dell’edificio
fino all’epoca napoleonica, periodo che vide cambiare radicalmente
la destinazione d’uso dei possedimenti religiosi. La nostra
chiesetta fu usata come fienile, poi come abitazione…
Vicende che deteriorarono molte parti dell’edificio, ma in
particolare le decorazioni interne. Oggi, quando si ha la fortuna di
trovare le sue porte aperte, è possibile apprezzare parte
dell’antico splendore grazie ai recenti restauri condotti con la
collaborazione della Soprintendenza ai Monumenti.
Le
leggende
Le
fonti storiche sulla chiesa di S.Protaso al Lorenteggio sono molto
scarse perciò gli studiosi, per ricostruire la sua “vita”, si
sono anche basati sulle leggende o su racconti della tradizione
popolare. …”Si narra,
ad esempio, che nel 1162 in questi luoghi Federico Barbarossa trovò
la massima resistenza dell’esercito milanese. Dopo averlo sconfitto
e prima di distruggere Milano si sarebbe fermato proprio in S. Protaso
per ringraziare il Signore dell’andamento a lui favorevole della
battaglia.
All’epoca
poi della peste della fine del Trecento, si dice che un eremita avesse
scelto la chiesina come luogo di preghiera e che, grazie alle sue
preghiere, il contagio non si fosse diffuso nella zona.
Un’altra
leggenda, molto cara agli abitanti della zona, riguarda l’affresco
dell’abside che ha come soggetto la cosiddetta “Madonna
dell’Aiuto”. Si racconta che nell’Ottocento l’affresco, per
ben tre volte, fu coperto da una spessa mano di calce e che per tre
volte riemerse miracolosamente dall’intonacatura.
Infine,
sembra che questa chiesa fosse uno dei luoghi scelti da Federico
Confalonieri per preparare segretamente i moti del 1821 contro gli
austriaci.
Forme
architettoniche e decorazioni
La
chiesetta di S. Protaso è una delle più sorprendenti testimonianze
di una Milano antica e sconosciuta e se si pensa alla sua dislocazione
ciò appare quanto mai paradossale. La “Ca’ delle lucertole”
come l’avevano ribattezzata gli
abitanti quando ancora era circondata dai campi, ha forme semplici e
regolari, dovute all’ uso che di essa ne facevano gli abitanti della
cascina, la tipica cascina lombarda a struttura chiusa a corte, per
scopi difensivi.
Anche
le decorazioni interne, quindi, non sono di grande importanza
estetica, tuttavia la loro essenziale semplicità
è particolarmente
coinvolgente.
Nell’abside si trova la “Vergine del Divino aiuto” ( XIII sec. )
che rappresenta la Madonna con il Bambino attorniata da angioletti,
dal Beato Bernardo Tolomei, fondatore dell’Ordine degli Olivetani,
da Santa Francesca Romana, fondatrice delle Oblate Benedettine e da
San Vittore martire.
Sulla
parete sinistra si trova un affresco di Santa Caterina da Siena
preceduto da uno schizzo che riporta la dicitura “ Fra de Porta
Vercellina Michele de Zeni Grando” datato 14 luglio 1428.

La
Classe 3A
con
la collaborazione dei docenti
prof.
Agata Fredella, L. Saracco e M.M. Gabbari
Realizzato
il 23 aprile 2004 nel
Laboratorio di Comunicazione Informatica